Quando si tratta di innovazione tutti hanno un’idea di cosa questa parola voglia dire, ma se si passa dal concetto all’azione e si decide di fare innovazione, allora le cose diventano più complesse. Molte grandi innovazioni della storia sono state casuali – si pensi alla scoperta dei raggi X o della penicillina – mentre il fare innovazione oggi non può essere casuale, ma richiede delle politiche di pianificazione da parte delle società e dei governi nazionali. Come fare a pianificare qualcosa con un’alta componente casuale? Un aiuto importante arriva dal Global Innovation Index (GII), cioè la classifica annuale dei paesi in base al loro indice di innovazione, realizzata dalla partnership tra diverse istituzioni tra cui la Cornell University, l’European Institute of Business Administration (INSEAD) e la World Intellectual Property Organization (WIPO).

Il GII si basa su diversi fattori:
– gli input, che definiscono gli aspetti dell’ambiente propizi all’innovazione all’interno di un’economia (ad esempio l’istruzione, le infrastrutture, il capitale umano e ricerca, ecc.);

– gli output, che sono il risultato di attività innovative all’interno dell’economia (ad esempio la creazione e la diffusione del sapere, la creatività, l’impatto delle innovazioni sul mondo, ecc.); e

– il rapporto di efficienza dell’innovazione, che mostra quanta innovazione ha prodotto un dato paese per i suoi input.

Tali fattori hanno consentito di mappare quantitativamente il fenomeno del fare innovazione tramite la registrazione delle performance di 126 paesi, che rappresentano il 90,8% della popolazione mondiale e il 96,3% del PIL globale. Tali dati e la loro analisi, al di là della classifica, sono poi uno strumento per costruire un paradigma metodologico su cui basare le strategie di sviluppo del fare innovazione di società private e governi nazionali.

Quest’anno, per l’ottavo anno consecutivo, la Svizzera ha guadagnato il podio della classifica. Seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca e Germania, e Irlanda. L’Italia si posiziona al 31esimo posto, perdendo due posizioni rispetto al 2017. Molti hanno guardato con sfiducia la retrocessione del nostro Paese, da sempre patria di grandi inventori, tuttavia non bisogna farsi prendere dallo sconforto, ma analizzarne i dati. L’Italia primeggia in molti degli 80 fattori presi in considerazione dell’indice, confermandosi un paese forte nella sostenibilità ecologica, nel commercio e nelle dimensioni del mercato interno. Tuttavia abbiamo anche molti passi da fare soprattutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica e gli investimenti.

Proprio il tema degli investimenti sembra aver attirato l’attenzione del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio che, in occasione della startup competion DigithON dello scorso 9 settembre, ha annunciato la creazione di un fondo di investimento pubblico in startup entro dicembre. Ma non solo lo Stato, anche le singole società dovrebbero tornare ad investire, infatti uno degli insegnamenti da trarre dalla ricerca, indipendentemente dalle casistiche del singolo paese, è che gli investimenti in termini di input sono direttamente proporzionali agli output ottenuti dalle singole società private e dai singoli paesi e, quindi, alla creazione di innovazione. Solo investendo in capitale umano, ricerca e sviluppo, educazione e protezione delle innovazioni tramite il deposito di domande di brevetto è possibile far crescere e germogliare il seme della creatività umana e dell’innovazione combinato con un significativo beneficio economico per le singole società che innovano e proteggono i diritti di proprietà intellettuale derivanti dalle proprie innovazioni.


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Codice ISSN 2531-4505